CHI L’HA UCCISA TIZIANA?

 

In questi giorni si è tornato a parlare di Tiziana Cantone, una giovane donna vittima della persecuzione mediatica. Gli sviluppi processuali hanno portato ad una prima condanna nei confronti di Facebook, che avrebbe dovuto rimuovere, a prescindere, quei video dal contenuto spiccatamente hard, senza aspettare un’ordinanza né ammnistrativa o giudiziaria, anche se poi in parte è stato accolto il reclamo dello stesso colosso in base al quale non sussiste nessun obbligo da parte dell’hosting/provider di controllare preventivamente i contenuti caricati sulle diverse pagine.

 

Ma chi era Tiziana Cantone? Una ragazza come tante altre, nata e cresciuta nell’hinterland napoletano, abbandonata dal padre poco dopo essere venuta al mondo, la quale ha potuto contare sull’appoggio incondizionato della madre nel difficile compito di educarla e preservarla dai pericoli della vita.
La sua era l’immagine stereotipata delle giovani di oggi, un’immagine di prorompente bellezza, di quella che viene costantemente ostentata con il solo scopo di piacere agli uomini.
Un rapporto più o meno consolidato con un uomo più grande di lei che in qualche modo l’ha istigata ad avere rapporti con altri uomini, acconsentendo che tutto venisse filmato.
Con la scelta di accondiscendere ai desideri del suo compagno è come se, inconsapevolmente, avesse firmato la sua condanna a morte.

 

Nell’aprile del 2015 ha inizio la sua tragedia, quella che la condurrà alla morte, quel susseguirsi di riprese che la vedono protagonista mentre si lascia andare a rapporti sessuali con altri uomini, scelti da lei, acconsentendo ad insultare il suo stesso compagno definendolo cornuto.
Durante le riprese, la frase ricorrente è stata “Stai facendo un video? Bravo”… il tormentone che ha imperversato sul web e che l’ha indotta al suicidio.

 

Una vicenda che, a mio avviso, va oltre il processo alla rete, necessitando innanzitutto di quello sulla natura umana, sulle dinamiche di massa che si innescano come boomerang, sulla “mostrificazione” di alcuni internauti che riescono facilmente a superare il sottile limite dell’ingiuria, soprattutto quando scagliare il sasso è facilissimo e la mano è ben nascosta dietro una tastiera.

 

Scenari che poco si discostano dalle pietre scagliate durante una lapidazione, da un compiaciuto linciaggio da Far West con lo sfondo del mostro centrifugatore che può essere Google o Facebook, e dove Tiziana Cantone ha incontrato l’inferno. Dopo nemmeno un mese dalle registrazioni video la sua vita privata diventa un video gioco, icona indiscussa di pagine Facebook, vignette e parodie, canzoni e fotomontaggi, con l’aggravante della vendita di magliette, tazze e gadget.

 

Come una competizione da guinnes dei primati, inizia la corsa alla ricerca del fidanzato cornuto e il meme tra Tiziana e il suo amante compare ovunque.
Da quel momento in poi Tiziana non può più uscire da casa e, quando lo farà, sarà per scappare.
Inizia la sua fuga tra l’Emilia Romagna e la Toscana, prova a cambiare identità ottenendo la possibilità di un nuovo cognome.

 

Dopo un primo tentativo di suicidio, torna a vivere nel territorio campano a casa di una zia e inizia il suo calvario giudiziario che, con una prima sentenza, la vede condannata al risarcimento di € 18.225 a favore di 5 social network per un diritto di soccombenza. Principio che sancisce un presupposto fondamentale in base al quale l’interessato può opporsi al trattamento dei dati personali, adducendo il diritto all’oblio solo quando tali dati siano relativi a vicende risalenti nel tempo e, nel caso specifico, questo tempo non era sostanzialmente trascorso in modo da far venir meno l’interesse della collettività.

 

In sostanza, in 24 ore internet può distruggere le persone, la giustizia italiana si muove con i suoi tempi inadeguati anche per un provvedimento d’urgenza e, infine, abbiamo i tempi del diritto all’oblio secondo i quali un anno e mezzo non basta per non trasformare una ragazza in una zoccola da web.
Tiziana ha combattuto con lo scandire di questi tempi di attesa, ha subìto le conseguenze di una scelta sicuramente discutibile ma sua, e di cui non ha mai autorizzato nessuna divulgazione.

 

I commenti e i giudizi di perbenisti e falsi moralisti l’hanno uccisa, ma chi siamo per giudicare le scelte altrui? Chi siamo per denigrare e intaccare l’onorabilità degli altri anche quando gli interessati ci presentano, su un piatto d’argento, la possibilità di fare di loro stessi carne da macello!